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sabato 27 dicembre 2014

SCUOLA – L’Italia ultima nell’Unione Europea per spesa pubblica nell'istruzione



nlogoanief

Il dato è contenuto nell'Annuario statistico italiano pubblicato dall'Istat: dai noi si investe per la formazione di giovani solo il 4,6% del Pil. Guida la classifica la Danimarca, ma fanno meglio anche Regno Unito (6,4%), Paesi Bassi (6,2%), Francia (6,1%), Portogallo (5,5%) e Germania (5,1%). Dal confronto usciamo sconfitti pure rispetto a Stati Uniti (6,9% del Pil), Australia (5,8%) e Giappone (5,1%).  Con il risultato di questo basso investimento che si traduce in un deludente "tasso di scolarità dei giovani di 15-19 anni" e in un modesto conseguimento di numeri di diplomi di maturità e di laurea.

 

Marcello Pacifico (Anief-Confedir): tutti i Governi dei Paesi moderni hanno compreso che un giovane ben formato e preparato è una risorsa in più, anche per rilanciare lo sviluppo economico nazionale. Mentre nella nostra Penisola gli ultimi anni sono stati contrassegnati dai tagli. E ancora non si volta pagina.

 

L'Italia si classifica ultima nell'Unione Europea per la spesa pubblica nell'istruzione: il dato è contenuto nell'Annuario statistico italiano pubblicato dall'Istat in questi giorni sulla base degli ultimi dati Ocse disponibili. Analizzando la Tavola 7.20 - collocata a pagina 269 del corposo rapporto annuale - si evince che il nostro Paese riserva alla crescita e alla cultura dei sui giovani appena il 4,6% del Prodotto interno lordo. La graduatoria è guidata dalla Danimarca (7,9% di "Spesa pubblica per l'istruzione in % sul Pil"), ma fanno meglio di noi anche tutti Paesi più vicini all'Italia, come Regno Unito (6,4%), Paesi Bassi (6,2%), Francia (6,1%), Portogallo (5,5%) e Germania (5,1%).

 

La stessa Spagna, che non brilla di certo per le condizioni economiche statali, riesce comunque a dedicare alla cultura delle nuove generazioni il 5,5%, che corrisponde quasi ad un punto percentuale in più rispetto all'Italia. Dall'indicatore, che si riferisce a tutti i livelli d'istruzione e considera come fonti di finanziamento le spese dirette pubbliche per gli istituti scolastici e i sussidi pubblici alle famiglie, emerge quindi un dato inequivocabile: su questo capitolo di spesa, l'Italia si piazza mestamente in fondo alla classifica dei Paesi europei.

 

Ma la differenza, purtroppo in negativo, di finanziamenti a favore di questo capitolo di spesa nazionale non si ferma ai confini dell'Unione Europea. Sempre l'annuario Istat riporta, come esempi, gli investimenti attuati in alcuni Paesi extra-europei: negli Stati Uniti, ad esempio, la spesa pubblica per l'Istruzione è pari al 6,9% del Pil. Superano ampiamente il nostro Paese anche l'Australia (5,8%) e il Giappone (5,1%).

 

Il confronto diventa ancora più vistoso se si va anche ad individuare il "Tasso di scolarità dei giovani di 15-19 anni", dato dal rapporto tra gli iscritti a qualsiasi livello di istruzione in quel range anagrafico e la popolazione della stessa fascia d'età: nella stessa sintesi, l'Istituto nazionale di statistica ha rilevato non solo che nella nostra Penisola è inferiore rispetto alla maggior parte degli altri Paesi europei, ma anche che tra il 2011 e il 2012 in Italia è pericolosamente calato passando dall'81,3% all'81%. Mentre fa un certo effetto sapere che in Germania la frequenza scolastica nella stessa fascia di età è superiore al 90%. E che in altri Paesi, come Belgio, Irlanda e Paesi Bassi si attesta addirittura attorno al 93-94%.

 

Non ci si può meravigliare, quindi, a fronte di questi dati, se da noi il tasso di conseguimento della maturità superiore e del diploma di laurea è fermo, rispettivamente, al 79% e al 32%. Negli altri Paesi europei, questi dati – "derivanti dal rapporto tra gli studenti che hanno conseguito per la prima volta un titolo di istruzione secondaria di secondo grado o terziaria e la popolazione di età teorica corrispondente al conseguimento del titolo" – sono di ben altro spessore: il Danimarca, che investe nell'Istruzione quasi il doppio dell'Italia, arriva al diploma il 90% e alla laurea il 50%. Se si guarda solo al conseguimento del titolo di scuola secondaria superiore, la Finlandia riesce nel 96% dei suoi giovani. Germania, Regno Unito e Paesi Bassi si attestano tra il 92% e il 95%.

 

Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir, "questi dati confermano che investire nella formazione, nella scuola e nell'università non va considerata una spesa, ma un saggio investimento: perché un giovane ben formato e preparato è una risorsa in più, anche per rilanciare lo sviluppo economico del Paese. Per questo motivo, spendere di più per formare capitale umano significa credere nella capacità civilizzatrice e lavorativa dei cittadini. E, nel contempo, gettare le basi per la costruzione di una società equa e solidale".

 

"Non lo insegna soltanto l'economista francese Jean-Paul Fitoussi, ma lo praticano da tempo, con risultati fruttuosi, oggi confermati dall'Istat, la cancelliera Angela Merkel e il presidente Barack Obama. Con le loro economie che hanno tenuto testa alla crisi. Mentre la nostra ora presenta il conto, per l'insensata riduzione di risorse, personale e strutture che hanno contrassegnato gli ultimi anni alla voce Istruzione. E alla luce della Legge di Stabilità approvata a ridosso di Natale non sembrano essere tramontati: al di là degli annunci, la cancellazione delle supplenze brevi e degli esoneri dei vice-presidi, ma anche la mancata stabilizzazione dei 100mila docenti precari abilitati dopo il 2011 - conclude Pacifico – confermano che la pagina dei risparmi a caro prezzo a danno della scuola, degli allievi e di chi vi opera, non è stata ancora voltata".

 

Per approfondimenti:

 

Annuario Statistico italiano 2014

mercoledì 24 dicembre 2014

UNIVERSITÀ – Gli studenti non ci credono più, ma non per colpa loro: mancano gli investimenti, orientamento inefficace e troppe tasse



nlogoanief

 

Dopo la forte crescita negli anni di avvio della riforma, il passaggio dalla scuola superiore all'università è andato sempre più riducendosi: ormai si iscrive ad un corso di laurea solo un "maturato" su due, pochi anni fa erano il 17% in più. In questi giorni il Miur, invece di affrontare la situazione, sbloccando anche il nodo degli organici, ha pensato bene di pubblicare il decreto che ripartisce circa il 20% del Fondo di finanziamento ordinario alle università statali e il decreto sul "costo standard" di formazione per studente in base al merito. Penalizzando gli atenei e gli iscritti nei contesti accademici più svantaggiati, ad iniziare da quelli del Sud.

 

Marcello Pacifico (Anief-Confedir): se si fa un confronto con l'Europa, siamo quasi la maglia nera per spesa pubblica destinata all'istruzione. Nell'ultimo periodo le tasse richieste dalle Università agli studenti fuori corso sono aumentate dal 25% al 100%. E pensare che soltanto il 15% degli italiani tra i 25-64 anni ha un livello di istruzione universitario rispetto a una media Ocse del 32%. Con la percentuale di studenti quindicenni che spera di conseguire la laurea scesa dal 51,1% del 2003 al 40,9% del 2009.

 

L'Italia non investe nell'istruzione: nella scuola il nostro Paese si contraddistingue perché è l'unico dell'Ocse che dal 1995 non ha aumentato la spesa per studente, contro un aumento in media del 62% degli altri; all'Università si registra una perenne situazione di stand by, con sempre meno iscritti, troppi studenti fuori corso e un numero altissimo di cultori, assegnisti, dottori di ricerca, ricercatori (figura ad esaurimento) e quasi-docenti in perenne attesa di fare il "salto" negli organici accademici.

 

E l'amministrazione accademica che fa? Anziché investire su un migliore orientamento, incentivando gli studenti e gettare le basi per proporre un'offerta formativa di livello, da anni è impegnata a ridurre spese e finanziamenti agli atenei. Proprio in questi giorni, il titolare del Miur, Stefania Giannini, ha firmato e pubblicato il decreto con il riparto del Fondo di finanziamento ordinario alle università statali e il decreto sul "costo standard" di formazione per studente in corso.

 

Il Fondo di finanziamento ordinario ammonta, per il 2014, a poco più di 7 miliardi di euro (7.010.580.532). Il 18% di queste risorse (1.215.000.000) è assegnato alla cosiddetta quota premiale, su cui pesano i risultati conseguiti nella valutazione della ricerca (per il 70%), la valutazione delle politiche di reclutamento (20%), i risultati della didattica con specifico riferimento alle aperture internazionali (10%). Anche altri stanziamenti come il fondo per i dottorati, quello per il sostegno ai giovani e il piano triennale delle università (per complessivi 259.296.174 euro) verranno ripartiti attraverso criteri meritocratici. Una fetta della quota base del FFO è poi assegnata, per 1 miliardo circa, in base al costo standard di formazione per studente in corso.

 

Quello introdotto è un sistema inedito, che punta ad agganciare lo stanziamento delle risorse non più a criteri storici, ma alla qualità e alla tipologia dei servizi offerti agli studenti. "Il decreto - assicurano dal Miur - tiene conto degli atenei situati in contesti economicamente più deboli, con clausole di salvaguardia che stabiliscono un tetto massimo di riduzione dei fondi pari al 3,5%, contro il 5% del 2013". Tuttavia, fa notare l'Anief, sarà inevitabile che ad essere penalizzati da questa nuova distribuzione di circa il 20% delle risorse saranno gli atenei (e gli studenti) collocati nei contesti più svantaggiati, ad iniziare da quelli del Sud. Con un ulteriore inevitabile aumento degli abbandoni.

 

Chi potrà pagare, del resto, l'addio ai tetti all'incremento degli stanziamenti destinati agli atenei virtuosi, quelli che hanno aumentato il livello della loro prestazione, introdotto proprio che queste nuove disposizioni? E chi uscirà danneggiato dall'aumento sensibile della quota premiale del finanziamento (dal 13,5% del 2013 al 18% del 2014), che sarà distribuita prendendo in considerazione anche l'internazionalizzazione delle università? Non a caso, i valori più alti del passaggio scuola-università (dati Istat, dicembre 2014) riguardano i residenti nelle regioni del Nord-Ovest e in quelle del Centro (entrambe 60,2). E non a caso, più in generale, il passaggio dalla scuola superiore all'università, dopo la forte crescita negli anni di avvio della riforma, si è sempre più disperso.

 

"Quella di ripartire una belle fetta del Fondo ordinario per merito – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir - è una decisione pericolosa, che per molte Università potrebbe rivelarsi fatale. Le rassicurazioni del Ministero sul tenere in considerazione i problemi oggettivi in cui versano le facoltà universitarie dei Sud non ci convincono, perché è evidente che i fondi per il merito verranno assegnati principalmente sulla base di modelli e performance di carattere nazionale. E poi si parte già da una condizione disagiata: se si fa un confronto con l'Europa, la maglia nera per spesa pubblica destinata all'istruzione non è ad appannaggio dell'Italia per un soffio. A strapparcela è la Romania".

 

In effetti, lo Stato italiano spende per l'Istruzione solo il 9,19% delle entrate, contro l'11,8% della media Ue, il 2,61% in meno. Si tratta di numeri ufficiali che, purtroppo, non sorprendono, alla luce dei tagli forsennati degli ultimi anni: in Italia la spesa pubblica pro capite per l'istruzione è pari a 1.103,89 euro l'anno, contro i 1.511,04 della media Ue, circa il 27% in meno.

 

Non sorprende, quindi, la drastica riduzione di iscritti agli atenei provenienti dalla scuola secondaria superiore: è di queste ore la pubblicazione da parte dell'Istat dell'Annuario 2014, nel quale si evidenzia che nell'anno accademico 2012/2013 solo il 55,7% dei giovani freschi di "maturità" si sono poi iscritti ad un corso di laurea. Sono poco più della metà, davvero pochi se si pensa che nel non lontano 2003/2004 erano 72,6 gli immatricolati su 100 diplomati. Sono soprattutto i liceali (il 60%) a proseguire gli studi dopo la maturità, contro il 20% dei diplomati degli istituti tecnici e il 6,7% dei professionali.

 

Così, nel 2012/13 gli iscritti ad un corso universitario sono stati 1.709.407, il 2,4% in meno rispetto all'anno precedente: nello stesso periodo in 297.0000 si sono laureati, 1.400 in meno (-0,5%) rispetto all'anno precedente. Si tratta di numeri deludenti, che non possiamo permetterci: basterebbe ricordare che l'Italia vanta un numero di 30-34enni che ha conseguito un titolo di studio universitario (o equivalente) davvero basso: circa il 20%, a dispetto dell'obiettivo del 40% fissato dalla strategia ''Europa 2020''.

 

"Il problema – continua Pacifico – è che non si investe più per l'Università. Verso la quale non si fa un orientamento adeguato. E nell'ultimo periodo, come se non bastasse, le tasse richieste dalle Università agli studenti fuori corso sono aumentate dal 25% al 100%. E pensare che soltanto il 15% degli italiani tra i 25-64 anni ha un livello di istruzione universitario rispetto a una media Ocse del 32%. Nel frattempo, la percentuale di studenti quindicenni che spera di conseguire la laurea è scesa dal 51,1% del 2003 al 40,9% del 2009. Quando si parla di rilancio e riforma dell'Università – conclude il sindacalista Anief-Confedir – perché non si ricordano questi numeri?".

 

 

Per approfondimenti:

 

MIUR: Università, firmato il decreto sul Fondo di Finanziamento (FFO). Oltre il 20% delle risorse per premiare la qualità

 

Università - Arriva la rivoluzione per l'assegnazione di 1,5 miliardi di fondi statali in base al merito: per molti atenei del Sud sarà la fine

 

Annuario Statistico italiano 2014

 

martedì 23 dicembre 2014

ISTRUZIONE – Buona Scuola, per gli italiani sono i docenti i migliori formatori dei docenti



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È una delle richieste plebiscitarie che giunge dai 200mila partecipanti alla consultazione sulle linee guida di riforma: le modalità e i contenuti di gestione dei corsi formativi degli insegnanti più giovani dovranno essere scelti e gestiti dai colleghi più esperti.

 

La sintesi del Miur: l'interesse prevalente è quello di "premiare chi forma altri", assegnare "incentivi agli innovatori", "avere risorse certe", gestire i corsi "a livello regionale, sfruttando reti di scuole", "proporre, a livello individuale, la detraibilità delle spese dirette".

 

Marcello Pacifico (Anief-Confedir): l'insegnamento necessita non solo di competenze di base, ma anche di consigli e preziose indicazioni, che può fornire solo chi è stato dietro la cattedra per 20-25 anni.

 

"Sono i docenti i migliori formatori degli altri docenti": a chiederlo a gran voce sono gli oltre 200mila partecipanti alla consultazione nazionale sulle linee guida contenute nel documento "La Buona Scuola". A rilevarlo è l'associazione sindacale Anief, dopo aver esaminato i risultati contenuti nel documento governativo pubblicato in questi giorni dal Ministero dell'Istruzione: nell'indicare le modalità per migliorare l'offerta formativa delle nostre 8.400 scuole, gli italiani hanno infatti indicato la "formazione esperienziale basata sulla pratica" coordinata da chi più conosce la professione.

 

Tra i punti prevalenti sulle nuove modalità di formazione dei docenti, sono state indicate le necessità di "premiare chi forma altri", di assegnare "incentivi agli innovatori", di "avere risorse certe", gestire i corsi "a livello regionale, sfruttando reti di scuole", oltre che di "proporre, a livello individuale, la detraibilità delle spese dirette". Ma soprattutto, i partecipanti al sondaggio nazionale - 207.000 partecipanti on line, 1.300.000 accessi al sito, 200.000 partecipanti ai dibattiti sul territorio, 5.000 e-mail ricevute, 40 tappe del tour per presentare i contenuti del progetto - hanno spinto su un concetto: le modalità e i contenuti di gestione dei corsi formativi dei docenti più giovani, dovranno essere scelti e gestiti dai colleghi più esperti.

 

"Il nostro sindacato – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – ha da tempo fornito pieno assenso alla costituzione di un nucleo, all'interno di ogni scuola, di insegnanti esperti cui affidare la formazione di chi conosce meno la professione: l'ideale sarebbe affidare questo delicato ruolo agli insegnanti con oltre 20-25 anni di anzianità professionale. Svincolandoli, su base volontaria, dalla didattica frontale per dedicarsi alla formazione dei giovani insegnanti".

 

La soluzione, da tempo enunciata dall'Anief, sarebbe ottimale anche per rendere meno faticoso il percorso lavorativo dei docenti vicini alla pensione oggi costretti a rimanere in servizio anche 5-6 anni in più rispetto a poco tempo fa: un blocco, che colpisce in particolare le donne e quindi la scuola, dove oltre l'80% del personale è composto da donne, figlio del bug nella riforma Fornero, nella cui stesura è stato "dimenticato" di introdurre l'insegnamento tra le categorie ad alto logorio professionale e a rischio burnout. E l'incredibile vicenda paradossale dei 'Quota' 96 è solo la punta dell'iceberg. Nello stesso errore non sono caduti diversi Paesi dell'Europa, dove si può andare in pensione con l'assegno pieno, rispetto ai contributi versati, già a 55 anni.

 

"Non interessa che questi docenti vengano denominati esperti o senior continua il presidente Anief e segretario organizzativo Confedir , ciò che è conta è che si dia loro la possibilità di dedicarsi alla formazione di chi ha vinto un concorso pubblico e necessita di essere formato. Perché l'insegnamento necessita non solo di teorie, ma anche di consigli e preziose indicazioni, che solamente chi ha svolto la professione dietro la cattedra per tanti anni può fornire. Il loro apporto potrebbe essere di tipo tradizionale, quindi frontale, ma anche concretizzato sotto forma di 'tutores', tradizionale o telematici, coordinati direttamente dal Miur oppure da enti formatori accreditati quale è lo stesso Anief che già organizza corsi formativi ad hoc".

 

Il giovane sindacato chiede al Governo di seguire anche altre indicazioni provenienti dalla consultazione nazionale svolta tra il 15 settembre e il 15 novembre 2014: dal rendere obbligatoria la scuola dell'infanzia all'agevolare l'integrazione degli alunni stranieri (quasi il 10% del totale degli iscritti) e quelli con disabilità (quasi 300mila), fino ad adottare delle azioni a livello regionale per contrastare la dispersione scolastica ancora troppo elevata (17,6 per cento, con punte del 25 per cento, contro il 10% indicato dall'Unione europea).

 

Su merito e stipendi, infine, Anief ribadisce che il 60% dei partecipanti alla consultazione sulle linee guida di riforma della scuola ha chiesto di mantenere in vita gli scatti di anzianità, anche introducendo il cosiddetto merito. E non si comprendono i toni trionfalistici del Ministero dell'Istruzione, secondo cui "l'81% il merito deve contribuire alla crescita stipendiale dei docenti".

 

"Chi ha espresso la sua opinione sulla 'Buona Scuola' – ha detto ancora Pacifico – sa bene che il merito dei docenti è una modalità percorribile, ma non a discapito degli aumenti in busta paga legati al costo della vita. Del resto, i numeri parlano da soli: abbiamo calcolato che per la sola mancata assegnazione delle indennità di vacanza contrattuale, tra il 2006 e il 2018, alla luce della proroga di 'sospensione' prevista per i prossimi tre anni, lo Stato è diventato debitore di 9mila euro, derivanti dalla mancata assegnazione agli insegnanti di 53 euro in media al mese. Mantenere gli scatti di anzianità servirebbe anche a calmierare il mancato rinnovo contrattuale. Chi parla di addio agli aumenti stipendiali automatici - conclude il sindacalista - è consapevole di tutto questo?".

 

Per approfondimenti:

 

La Buona Scuola: la consultazione (dati e risultati emessi dal Miur)

 

"La Buona Scuola": 2 partecipanti su 3 chiedono di mantenere gli scatti ai docenti, i loro stipendi non possono restare sotto l'inflazione

 

SCUOLA – Un precario su tre passerà il Natale senza stipendio



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Tanti supplenti temporanei penalizzati dalla mancanza di fondi pubblici adeguati e dal malfunzionamento del sistema informatizzato 'Sidi' che permette di contrattualizzare e procedere ai pagamenti.

Marcello Pacifico (Anief-Confedir): non è così che si attua la parità di trattamento imposta dalla Corte di Giustizia UE. Invece di accelerare i tempi, grazie ai sistemi informatizzati, si nega a migliaia di supplenti - costretti a caricarsi di spese 'vive' per trasporti e alloggi - di percepire lo stipendio addirittura dal mese di settembre. Così, oltre che per lo stipendio più basso, ora ci contraddistinguiamo anche per quello ritardato.

 

Ad una manciata di giorni dalla fine del 2014, ci sono ancora migliaia di precari della scuola che attendono di percepire lo stipendio dal mese di settembre: alla mancanza di fondi pubblici, solo parzialmente sanata dal via libera giunto il 12 dicembre dal Consiglio dei Ministri, che ha approvato in via straordinaria un decreto legge per stanziare 64,1 milioni di euro proprio per il pagamento delle supplenze svolte nei mesi di settembre, ottobre e novembre, si è aggiunto il malfunzionamento del Sidi, il sistema informatico ministeriale che contrattualizza i nuovi assunti e permette di procedere ai pagamenti dei lavoratori della scuola. Con il risultato che un insegnante o Ata su tre che ha svolto supplenze cosiddette 'brevi', passerà il Natale senza aver ricevuto un euro in busta paga.

 

Sino ad oggi, alle periodiche rassicurazioni provenienti dal Ministero dell'Istruzione non hanno fanno seguito dei risultati concreti: né può essere considerato giustificativo il dato fornito dall'amministrazione sull'incremento dell'11 per cento del numero di contratti a tempo determinato sottoscritti nel periodo settembre - novembre 2014.

 

La rivista specializzata 'Orizzonte Scuola' ha rilevato che il problema era stato ampiamente previsto nella scorsa estate dall'amministrazione centrale: "il Miur, sin dal mese di giugno, in sede di assestamento del bilancio di previsione 2014, rilevando che gli stanziamenti sarebbero potuti essere insufficienti per il pagamento delle supplenze brevi e saltuarie rese dal personale della scuola per il periodo settembre - dicembre 2014, ha richiesto al Ministero competente (MEF) di integrare i relativi capitoli di bilancio con delle risorse aggiuntive".

 

"Questa richiesta, tuttavia, non è stata accolta. Il Miur, per poter comunque affrontare le criticità che sarebbero emerse, ha avviato un confronto con Il Mef, arrivando anche ad ipotizzare ulteriori sacrifici e tagli all'interno del proprio bilancio, nella piena consapevolezza dell'assoluta priorità che assume l'obbligo di retribuire il personale a tempo determinato. Per quanto riguarda il mese di novembre, come si può leggere con chiarezza dalla comunicazione ufficiale diramata alle scuole (nota della Direzione Generale Risorse umane e finanziarie prot. n. 18065 del 15 dicembre 2014 che si allega), l'Amministrazione" ha chiesto alle scuole di "dare precedenza al pagamento per intero delle prestazioni rese dai supplenti nei mesi di settembre ed ottobre e, successivamente, con le risorse finanziarie residue ancora disponibili, pagare gli stipendi di tutti i docenti, in quota parte per il mese di Novembre. Tale quota, sulla base dei dati disponibili, risulta mediamente pari ad un importo superiore al 50% delle somme dovute per il mese di novembre".

 

Questo significa, sostiene il sindacato, che migliaia di supplenti dovranno attendere diverse settimane prime di vedersi assegnare le quote stipendiali relative al servizio svolto. Ancora una volta, subendo le conseguenze della cattiva programmazione messa in atto da parte di chi governa la scuola.

 

"Si tratta di una situazione davvero paradossale – dice Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – perché si va ad infierire e a ledere i diritti di precari assunti spesso lontano da casa, obbligati a caricarsi di spese 'vive', ad iniziare da quelle sostenute per viaggi, le trasferte e gli alloggi a ridosso delle scuole dove si presta servizio temporaneamente. Non si comprende perché tutto ciò possa ancora accadere, sia perché viviamo ormai l'era degli accreditamenti stipendiali informatizzati, sia perché solo alcune settimane fa, il 26 novembre scorso, la Corte di Giustizia europea ha sancito la piena parità di trattamento tra personale di ruolo e precario".

 

"Nei confronti dei supplenti – continua Pacifico – si continua peraltro ad assegnare uno stipendio base, tra i più bassi in Europa, privo anche degli scatti di anzianità. È tutto dire che un docente di ruolo laureato della scuola superiore italiana dopo 15 anni di servizio percepisce meno di 27mila euro lordi, mentre un collega tedesco con la stessa anzianità professionale ha una busta paga di quasi 70mila euro. Ed in futuro, considerando il blocco stipendiale fino al 2018, come tutti i dipendenti della PA, potrà solo che andare peggio. Almeno, si facciano pervenire nei tempi dovuti".

 

Tutto il personale, docente e Ata, interessato a far valere tale diritto – il pagamento dello stipendio in tempi congrui – può inviare il modello di diffida e messa in mora, predisposto dall'Anief, direttamente alla scuola dove attualmente presta servizio. Qualora l'amministrazione, a seguito della ricezione della diffida, non provveda entro 8 giorni a corrispondere le somme dovute, Anief inviterà gli interessati a segnalarlo alla casella e-mail stipendi.supplenti@anief.net al fine di stabilire le strategie legali da adottare.

 

ISTRUZIONE – Un milione di domande per fare il bidello e le sostituzioni nelle segreterie scolastiche



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Ma il boom di richieste di inserimento nelle graduatorie di terza fascia d'Istituto, utile per subentrare al titolare per brevi periodi, cozza con la norma della Legge di Stabilità 2015 che cancella di fatto le supplenze del personale per brevi periodi. Eppure tra gli aspiranti Ata ci sono anche tanti laureati, disposti ad accettare ruoli professionali di livello base: l'inserimento a scuola rappresenta ancora un'aspirazione o un'alternativa in un periodo di grave crisi lavorativa ed economica.

 

Marcello Pacifico (Anief-Confedir): la scelta di razionalizzare gli organici del personale non docente e le sostituzioni confligge davvero con quella dell'aumento esponenziale dei compiti assegnati alle scuole.

 

Malgrado tutti i problemi che l'affliggono, la scuola italiana rimane un saldo punto di riferimento per tantissimi aspiranti lavoratori: lo testimonia il boom di domande, probabilmente superiori al milione, presentate in questi giorni per essere collocati nella terza fascia delle graduatorie d'istituto al fine di candidarsi a svolgere, per brevi periodi, mansioni di assistente amministrativo o tecnico. Ma anche per fare il collaboratore scolastico. L'alto numero di richieste pervenute, sommato ai problemi fatti riscontrare dal SIDI, il 'cervellone' informatico che contrattualizza i supplenti, ha costretto non poche province a rinviare la pubblicazione delle graduatorie di aspiranti a dopo le festività natalizie.

 

Secondo la stampa specializzata 'Orizzonte Scuola' ci troviamo dinanzi ad "una procedura che supera di gran lunga tutte quelle elaborate finora e che testimonia come l'inserimento a scuola rappresenti ancora un'aspirazione o anche una alternativa in un momento di grave crisi lavorativa". Anief concorda con questa ipotesi, ricordando che tra gli aspiranti applicati di segreteria, assistenti di laboratorio o collaboratori scolastici, è presente un sempre più folto nucleo di giovani laureati e con titoli che dovrebbero condurre a svolgere mansioni lavorativi di maggiore prestigio.

 

Ci saranno anche loro, dopo le festività di fine ed inizio anno, ad attendere con impazienza la pubblicazione delle graduatorie utili alle convocazioni per le supplenze di breve durata, che verranno poi utilizzate fino al 2017: l'obiettivo, per tutti costoro, è quello di essere convocati dai dirigenti scolastici e raggiungere il prima possibile il 'tetto' dei 24 mesi di servizio, la soglia che permette al candidato di poter essere collocati in un livello di graduatoria più vantaggioso. Da dove è possibile sottoscrivere supplenze annuali e l'assunzione a tempo indeterminato.

 

Una eventualità, quella dell'immissione in ruolo, che però deve fare i conti con i tagli agli organici degli Ata che hanno contrassegnato gli ultimi anni (ben 47mila posti cancellati in appena un triennio) e che continuano a caratterizzare anche la politica dell'attuale Governo: sempre nella Legge di Stabilità (commi 330 e 331) è infatti inserito un piano di dematerializzazione che ha l'obiettivo di risparmiare qualche decina di milioni di euro, che porterà meno personale in segreteria o a pulire e sorvegliare le aule: dal "1° settembre 2015, i dirigenti scolastici non possono conferire le supplenze". Farà eccezione il "personale appartenente al profilo di collaboratore scolastico", che comunque non potrà essere nominato "per i primi sette giorni di assenza" del titolare del posto.

 

In pratica, l'Esecutivo pensa di fare "cassa" riducendo, il numero di assistenti amministrativi in servizio, poiché le scuole digitalizzate non avrebbero più bisogno del loro apporto. E non importa se ultimi due anni si sono contati 64mila alunni in più: l'organico degli insegnanti è rimasto lo stesso e ora si decide di ridurre ancora quello dei bidelli. Con inevitabili ricadute negative non solo per l'organizzazione delle segreterie e per la funzionalità dei laboratori scolastici, ma anche sulla pulizia e sorveglianza.

 

"La scelta di razionalizzare gli organici del personale non docente – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – confligge davvero sia con quella dell'aumento esponenziale dei compiti assegnati alle scuole: con l'entrata a regime dell'autonomia scolastica, che ha assegnato alle segreterie scolastiche un carico di competenze degli uffici ministeriali, occorrerebbero infatti un numero sicuramente maggiore di unità di personale Ata. Non si comprende quali motivi, se non quelli meramente di bilancio, abbiano portato il Governo, tramite la Legge di Stabilità 2015, a tagliare ulteriori 2mila posti".

 

"Anche perché nel frattempo – continua Pacifico –  tanti istituti scolastici si ritrovano con grossi problemi nel gestire la vigilanza degli alunni, l'assistenza tecnica dei laboratori didattici e le innumerevoli pratiche riguardati studenti, famiglie e personale: non bisogna dimenticare, infatti, che tra il 2012 e il 2014 il numero di alunni è aumentato di quasi 90mila unità, 34mila solo nell'ultimo anno. Con una evidente ricaduta di impegni per le scuole. Il Governo, invece, decide di ridurre il personale: così per il milione di candidati che si mette oggi in lista di attesa, sarà davvero difficile essere chiamati per sostituire il collega di ruolo".

 

"A mettersi di traverso rispetto ai piani del Governo – continua il sindacalista Anief-Confedir – potrebbe però essere l'assunzione degli Ata che hanno svolto 36 mesi di servizio su posti vacanti: in tal caso toccherà al tribunale italiano rendere esecutiva la sentenza di fine novembre della Corte di Giustizia europea, procedendo anche ad un sostanzioso risarcimento pari in genere ad almeno 15 mensilità. Certo, non si tratta di quei lavoratori precari, con poco o nulla servizio alle spalle: per loro il futuro diventa quanto mai incerto".

 

Per approfondimenti:

 

Legge di Stabilità - Martedì 23 il via libera di Montecitorio: per la Scuola addio supplenze brevi, esoneri vice-presidi e stabilizzazione 100mila precari

 

23 dicembre 2014                                                                         

lunedì 22 dicembre 2014

Scuola: ecco perchè il Costa è da "Nobel"


«Offriamo un modello di professione futura diversa dai falsi miti visti in Tv»

«Ecco perché il Costa è candidato al "Nobel"»

parla Daniele Manni, finalista italiano al

Global Teacher Prize da 1 milione di dollari

Il docente salentino racconta perché la Varkey Gems Foundation ritiene

la didattica della sua scuola tra le migliori 50 al mondo: innovazione con le start-up,

apertura mentale con il GPace e crescita del territorio con Repubblica Salentina

 

 

Daniele Manni insegna informatica da 25 anni presso l'Istituto "Galilei - Costa" di Lecce e da qualche giorno è all'onore delle cronache internazionali in quanto è uno dei 50 finalisti al mondo in lizza per il "Global Teacher Prize" da 1 milione di dollari, corrispondente al titolo di "Premio Nobel per l'Insegnamento". I finalisti sono 9 in Europa e 2 in Italia (l'altra italiana è Daniela Boscolo, della provincia di Rovigo).

 

Il "Global Teacher Prize", alla prima edizione, è un premio internazionale per insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado di ogni Paese nel mondo e verrà assegnato ad un insegnante "eccezionale" che abbia dato uno straordinario contributo alla professione. E' promosso dalla Varkey GEMS Foundation, un'organizzazione internazionale impegnata nel settore Education, presieduta da Bill Clinton, già Presidente degli Stati Uniti d'America.

 

Tutti gli studenti del docente salentino, passati e attuali, fanno il tifo per lui. Hanno tappezzato i corridoi della scuola con articoli che lo riguardano e gli hanno persino creato un hashtag #Manni4Nobel e una specifica fan page su Facebook: "A Daniele Manni il Nobel per l'Insegnamento" - https://www.facebook.com/manni4nobel su cui vengono postati commenti, considerazioni, ricordi e incoraggiamenti.

 

«Per scegliere i 50 finalisti, la commissione del Global Teacher Prize – racconta Daniele Manni – si è basata su quattro criteri principali: capacità di innovazione, capacità di aprire la mente dei propri alunni, contributo offerto alla comunità e incoraggiamento dato per abbracciare l'insegnamento. Molto probabilmente il nostro ricco curriculum, condiviso con Dirigente e colleghi, è piaciuto in quanto i primi tre criteri sono praticamente di casa, qui al Galilei-Costa, mentre il quarto ritengo che sia una sorta di conseguenza degli altri in quanto, se i giovani si relazionano tante ore della loro vita con docenti ispirati e coinvolgenti, è più facile che nasca in loro la voglia di emulazione, e, lasciatemela passare, stiamo parlando di un'emulazione ben più proficua dei falsi miti raccontati, ad esempio, dal Grande Fratello.

 

La capacità di innovazione offerta dalla nostra scuola parte da lontano, già nel 1995, quando la parola "Internet" veniva pronunciata quasi esclusivamente oltreoceano, grazie alla stretta collaborazione con la società pioniere ClioCom, abbiamo installato in laboratorio un "web server", un computer che permetteva agli studenti di pubblicare pagine e siti direttamente in rete. Da allora in poi ci siamo sempre sforzati ed impegnati ad insegnare ai ragazzi non quello che succedeva in quel momento fuori dalla scuola, ma quello che molto probabilmente sarebbe successo dopo qualche anno, quando si sarebbero diplomati. Ma la vera innovazione che, credo, abbia colpito la commissione, risiede nell'aver creato all'interno della scuola, insieme alla collega Elisabetta D'Errico e a 16 alunni di quinto anno, una vera e propria società cooperativa denominata "Arianoa" con l'obiettivo di sollecitare, incentivare e offrire un supporto logistico e fiscale a quegli studenti che volessero sperimentare nuove piccole idee imprenditoriali. Oggi quelle piccole idee imprenditoriali si chiamano "start-up" giovanili e le società come Arianoa si definiscono "incubatori" e "acceleratori". In questi dieci anni le micro imprese sperimentate sono state una ventina, di cui circa il 15% ha avuto successo e oggi sono attive e pienamente operative. Recentemente "Arianoa" ha fatto un grande passo in avanti ed è "scesa dal palazzo" della scuola, prendendo in affitto un locale nel pieno centro commerciale ed operativo della città.

 

Per quanto concerne la capacità di aprire la mente degli alunni, hanno sicuramente influito le decine e decine di iniziative, manifestazioni e proteste realizzate sul territorio e fuori, in tema di pace, tolleranza e rispetto reciproco attraverso il movimento "GPace – Giovani per la Pace", Tra queste, le più efficaci e clamorose sono state sicuramente la realizzazione in piazza Duomo a Lecce della bandiera della pace più grande del mondo, la protesta dei "Poster viventi" a Roma, in piazza S. Pietro, contro l'abuso di baby soldato nei paesi in conflitto, la creazione del "Muretto della pace" con migliaia di pensieri affissi e l'organizzazione di tre "Giornate dei giovani per la pace" nella maggiore piazza della città con writers, band musicali, giochi e momenti artistici.

 

Mentre il contributo offerto alla comunità è traducibile con un solo termine, "Res Publica Salentina". E' dal 2007 che, attraverso questo movimento, gli studenti della scuola sono infatti impegnati nella promozione del territorio in termini turistici, con l'invenzione e l'implementazione di decine di iniziative, tra cui la Formula 30-20-10, SalentoTerapia, Salento Slow Life, Salento Pet Friendly, etc., in termini agroalimentari con tutte le attività legate al loro brand "Dieta Med-Italiana", tre edizioni del Festival, la rete "Più Gusto", il marketing promozionale di decine di prodotti (di tradizione e innovativi), e in termini di eco sostenibilità con l'organizzazione di tre edizioni del "Salento EcoDay" (weekend in cui migliaia di volontari ripuliscono il territorio), il Movimento 5 Selle (mobilità su due ruote), e azioni, siti web ed opuscoli sul risparmio energetico e sulle energie rinnovabili.

 

Parlando invece di intenti e di futuro, penso che la commissione sia rimasta favorevolmente colpita dal nostro nuovo "sogno", l'iniziativa NY (si legge Never too Young for…) con cui vogliamo vedere tutte le scuole (dalle elementari alle superiori) aperte di pomeriggio, con la possibilità di "sfruttare" le aule, i laboratori informatici e scientifici, le palestre e le attrezzature ai fini di offrire spazi e strumenti a tutti quei giovani "mai troppo giovani" per la musica, lo sport, l'ecosostenibilità, la pace e l'inclusione, il business, la tecnologia e la scienza, la salute ed il benessere, le lingue e le culture estere

 

 

Il Global Teacher Prize è frutto di un impegno di lunga data della Varkey GEMS Foundation (VGF) volto a migliorare la condizione degli insegnanti.  Lo scorso novembre, la VGF ha pubblicato il Global Teacher Status Index, primo tentativo di mettere a confronto l'atteggiamento nei confronti degli insegnanti in 21 Paesi, rivelando l'esistenza di notevoli differenze nella condizione degli insegnanti nel mondo. Il sondaggio ha anche rivelato che in numerose nazioni, circa un terzo/la metà dei genitori probabilmente o certamente non incoraggerebbe i propri figli a intraprendere questa professione. In risposta diretta a questo risultato, è stato creato il Global Teacher Prize che vuole accendere i riflettori sulla professione, al fine di riconoscere e celebrare l'importante ruolo degli insegnanti nella società. Portando alla luce migliaia di storie di eroi che hanno trasformato la vita di bambini ed adolescenti, il premio spera di far conoscere e divulgare lo straordinario lavoro di milioni di insegnanti. In ultimo, sperando di incrementare il rispetto nei confronti degli insegnanti, vuole aiutare a reclutare i migliori candidati ed evitare che cambino professione.

 

Alcuni collegamenti utili:

Global Teacher Prize: www.globalteacherprize.org 

50 finalisti nel mondo: www.globalteacherprize.org/top-50-finalists

Fanpage su Facebook: https://www.facebook.com/manni4nobel

  

 

Pro_Salento • Grandi Valori

Lecce – Via Imperatore Adriano, 13 – 0832.301419

 






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Redazione del CorrieredelWeb.it


venerdì 19 dicembre 2014

IV CORSO MASTER IN DIRITTO ALIMENTARE a CREMONAFIERE


A CremonaFiere il 10 e 11 dicembre 2014 si farà il punto sulle novità cogenti in tema di etichettatura alimentare, come affrontare il cambiamento; e sulle problematiche di esportazione alimentare, istruzioni per l'uso.

Cremona, 09 dicembre 2014 - Il 13 dicembre entrerà in vigore la nuova etichetta europea, che si basa sul regolamento europeo 1169/11. La normativa in questione è il risultato di anni di lavoro del Consiglio e del Parlamento Ue e ha lo scopo di realizzare una base comune per regolamentare le informazioni sugli alimenti e consentire ai consumatori di compiere scelte consapevoli. In linea teorica, dunque, le nuove regole rispondono a un'esigenza di maggiore trasparenza, contribuiscono a uniformare le legislazioni dei singoli paesi e a garantire la libera circolazione di alimenti sicuri.
Fra le diverse novità, secondo quanto stabilito dalle suddette norme, in etichetta vanno quindi riportati:
·     la denominazione di vendita: è il "nome" dell'alimento, può corrispondere all'alimento stesso (es. latte), in tal caso seguito dal tipo di trattamento tecnologico che è stato eseguito (es. pastorizzato o in polvere, intero o altro), oppure essere un nome di fantasia;
·     gli ingredienti: tutte le sostanze utilizzate nella preparazione dell'alimento, in ordine decrescente dal punto di vista della quantità;
·     il peso netto;
·     il nome e la sede del produttore;
·     ove necessario, il termine minimo di conservazione, la data entro la quale il prodotto conserva le sue proprietà specifiche in adeguate condizioni di conservazione, ma può ancora essere consumato, o la data di scadenza, la data entro la quale il prodotto va consumato, perché altrimenti può diventare pericoloso;
·     ove necessario, le modalità di conservazione del prodotto, come per i prodotti altamente deperibili, che devono essere conservati in frigo;
·     il numero di singole unità contenute in una confezione, se non evidente dalla confezione esterna.
Anche la presentazione e la pubblicità devono essere tali da non indurre in inganno il consumatore, né devono essere menzionate proprietà medicamentose riferite a quel prodotto a meno che non sia specificamente disciplinato e autorizzato ai sensi del D.Lgs 111/1992. Tutte le informazioni inoltre devono essere riportate in caratteri leggibili ed indelebili, intelligibili al consumatore, quindi opportunamente tradotte nelle diverse lingue.

Le maggiori aziende del settore alimentare si formeranno a CremonaFiere nell’ambito della collaborazione fra l’Ente Fieristico e l’Associazione Italiana di Tecnologia Alimentare (AITA).
Si tratta di un’edizione “speciale” del Corso legato all’imminente applicazione di alcune norme molto importanti per il settore alimentare la cui interpretazione non è sempre lineare o univoca. Oltre a ciò, saranno trattati dei temi fortemente legati alla possibilità di esportare i propri prodotti in mercati emergenti dei quali oltre a conoscere le regole specifiche, legate all’ottenimento dell’autorizzazione, è altresì necessario conoscere come “proteggerli e distinguerli”. Allo scopo di fornire un’ampia trattazione dei temi affrontati saranno presentati numerosi casi pratici e consigli “pronti per l’uso”.

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